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Franco Piperno, l’intellettuale che sapeva vedere oltre il presente

A mesi dalla scomparsa di Franco Piperno, il silenzio che si è creato intorno alla sua figura è forse il segnale più eloquente della distanza tra la sua statura intellettuale e il tempo che ci è dato vivere. Eppure, è proprio ora che la sua eredità andrebbe riscoperta con urgenza. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché Piperno, fisico teorico e militante rivoluzionario, non è stato solo uno dei protagonisti della stagione dei movimenti negli anni ’60 e ’70: è stato soprattutto un pensatore irregolare, profondo, capace di analizzare le strutture del potere e i processi sociali con strumenti fuori dal comune. Un intellettuale che non si è mai piegato alla retorica né alla semplificazione.

Il suo percorso biografico e teorico non è lineare, né potrebbe esserlo. Dalla fondazione di Potere Operaio al protagonismo nell’Autonomia Operaia, Piperno ha attraversato la stagione più intensa del conflitto sociale in Italia. Ma mentre molti dei suoi compagni si sono dispersi nelle derive istituzionali o nel rifugio memorialistico, lui ha proseguito nella sua opera di scavo teorico e di indagine sulla modernità. Le sue lezioni sulla fisica, la politica e la rivoluzione – come quelle raccolte nel volume Politica e rivoluzione. Saggio sull’attualità di Ottobre (Manifestolibri, 2003) – dimostrano una rara capacità di fondere sapere scientifico e immaginazione politica.

Franco Piperno aveva una visione sistemica della realtà: il suo sguardo non si fermava alla superficie degli eventi. Sapeva che il mondo non si lascia imprigionare nelle categorie fisse dell’ideologia. In Il figlio sovversivo. Cronache infami e invisibili del secolo breve (DeriveApprodi, 2009), ha saputo rileggere la storia del Novecento come un intreccio di rivoluzioni fallite e possibilità mancate, restituendo centralità alla figura dell’intellettuale “eretico”, capace di disertare tanto l’ideologia quanto l’adattamento.

Uno dei suoi contributi più significativi è senza dubbio la riflessione sul concetto di Impero, in dialogo implicito con le tesi di Negri e Hardt, ma con una maggiore attenzione alla materialità storica e ai cicli lunghi del capitalismo globale. In più occasioni – come in diversi saggi e seminari tenuti anche negli anni 2000 a Cosenza e a Roma – Piperno ha insistito sull’urgenza di superare la dicotomia tra sovranismo e globalismo, e ha anticipato alcune delle trasformazioni che oggi viviamo: il dominio degli algoritmi, la fine della cittadinanza politica, la tecnocrazia come nuova forma del potere imperiale.

La sua idea di rivoluzione, tutt’altro che romantica, era profondamente ancorata alla concretezza delle trasformazioni sociali. Lo si vede bene nel suo lungo dialogo critico con il marxismo, che non ha mai rigettato ma ha sempre rilanciato in forme nuove, contaminate dalla teoria della complessità, dalla cibernetica e dalla fisica. Come testimonia la sua attività accademica all’Università della Calabria, Piperno ha continuato a proporre una lettura dinamica e anti-lineare dei processi sociali, in cui il conflitto non è una parentesi, ma una condizione permanente della storia.

Nell’attuale fase politica – segnata da una crisi organica delle forme di rappresentanza, da un impoverimento del linguaggio pubblico, dall’accelerazione vertiginosa della tecnica – la voce di Piperno avrebbe potuto indicare sentieri nuovi. Non soluzioni preconfezionate, ma chiavi di lettura capaci di restituire profondità ai fenomeni. Di fronte alla retorica dell’emergenza permanente, alla pseudo-neutralità della tecnica, al ritorno delle guerre e delle logiche imperiali, la sua capacità di leggere il potere come processo di soggettivazione, non solo di governo, si dimostra oggi più che mai indispensabile.

Per questo la sua figura rimane scomoda: perché non era riconducibile a nessuna ortodossia. Era un intellettuale autentico, e come tale irriducibile alle liturgie della politica ufficiale. La sua eredità è viva non nei salotti dell’accademia, ma in chi ancora crede che il pensiero critico debba farsi carne, scontro, trasformazione. In chi sa che non basta “resistere”, ma bisogna inventare. In chi sente che la libertà non è un concetto, ma una pratica collettiva che si costruisce attraversando il caos del presente.

Franco Piperno è stato, in fondo, un artigiano del pensiero radicale. E come ogni artigiano, ha lasciato strumenti: il metodo della disobbedienza, l’amore per la complessità, il coraggio dell’eresia. Sta a noi raccoglierli. Non per ripetere ciò che ha detto, ma per continuare a vedere – come lui – oltre il presente


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