Il 14 febbraio Radio Ciroma compie 36 anni.
Trentasei anni di rumore necessario, di voci fuori posto, di parole non autorizzate. Trentasei anni a disturbare il silenzio, a incrinare l’ordine delle cose, a costruire comunità dove non c’era comunità.
Ciroma non è mai stata solo una radio. È stata una fessura nel muro del possibile, una breccia nella normalità amministrata, un luogo dove il futuro provava a parlare prima di essere autorizzato. Una pratica collettiva di immaginazione politica, un corpo vivo attraversato da conflitti, desideri, affetti.
In questo tempo lungo e accidentato molte cose sono successe. Molti sono passati, alcuni sono rimasti, altri se ne sono andati troppo presto. Negli ultimi anni Ciroma è rimasta sempre più sola: la scomparsa di Carlo , di Franco e, in questi giorni, di Marta segna la fine di una generazione che ha fatto della radio non un mezzo, ma una forma di vita.
Radio Ciroma nasce nel 1990, in un momento in cui il Sud e l’Italia cercavano nuove parole per raccontarsi. Nasce dall’incontro di esperienze politiche e culturali diverse, spesso in conflitto tra loro, e si presenta alla città con uno slogan radicale: “La comunità dei senza comunità”.
Un paradosso che era già un programma politico: creare spazio pubblico dove lo spazio pubblico era negato, dare voce a chi non aveva voce, costruire una comunità senza gerarchie fisse, senza identità preconfezionate.
Nei suoi primi anni Ciroma è stata un vero laboratorio politico. Qui si è discusso di municipalismo, di autogoverno della città, di democrazia radicale. Qui si è provato a immaginare una Cosenza diversa, non subordinata, capace di sperimentare forme inedite di partecipazione e di potere dal basso.
Nel 1993, da questi microfoni parte la proposta di un reddito di cittadinanza come risarcimento sociale per chi non aveva reddito: un’idea anticipatrice, che molto prima del dibattito nazionale provava a ridefinire il rapporto tra lavoro, cittadinanza e dignità.
Ciroma ha riletto la questione meridionale da una prospettiva radicalmente altra: non il Sud piagnone e questuante, ma un Sud capace di autodeterminarsi, di produrre cultura, conflitto, innovazione sociale. Un Sud che non chiedeva integrazione passiva, ma rivendicava potere e autonomia.
Tra le figure che hanno reso possibile tutto questo, Franco Piperno occupa un posto centrale. Fondatore della radio, militante storico dei movimenti, docente e amministratore locale, Piperno ha trasformato Ciroma in uno spazio di parola e immaginazione politica, un laboratorio permanente dove il pensiero non era mai neutro e la radio era un dispositivo di produzione di mondo.
Accanto a lui, Carlo e Marta hanno incarnato una pratica quotidiana di intelligenza collettiva, di cura delle relazioni, di ostinazione nel costruire istituzioni alternative dal basso.
Ma Ciroma non è stata solo un laboratorio politico. È stata una scuola informale, un luogo di incontro tra generazioni, un rifugio per chi non trovava spazio altrove. Una radio che ha rifiutato la professionalizzazione e la pubblicità, scegliendo la povertà materiale come condizione della libertà editoriale. Una radio che ha fatto della controinformazione, della musica indipendente e della sperimentazione sociale la propria ragion d’essere.
Oggi, a 36 anni dalla nascita, Ciroma è soprattutto una comunità dispersa ma viva. Una diaspora di voci, di esperienze, di amicizie, di conflitti e di affetti che hanno attraversato quei microfoni anche solo per un breve momento. E siete stati davvero tanti.
Per questo anniversario vogliamo dedicare Ciroma a chi l’ha attraversata. A chi ha parlato, ascoltato, litigato, sognato, riso, trasmesso cassette, occupato piazze, costruito parole.
E vogliamo dedicarla soprattutto a Carlo, Franco e Marta: senza il loro contributo, tutto questo forse non sarebbe stato possibile.
Perché Ciroma non è mai stata solo una radio.
È stata rumore contro il silenzio, disordine contro l’ordine imposto, comunità contro la solitudine programmata. È stata una macchina imperfetta per produrre libertà, un laboratorio di utopie concrete, un microfono aperto quando tutto intorno si chiudeva.
Oggi che Carlo, Franco e Marta non ci sono più, sappiamo che non ci hanno lasciato in eredità una nostalgia, ma una responsabilità. La responsabilità di continuare a fare rumore, di continuare a immaginare, di continuare a non chiedere permesso.
Perché una radio può spegnersi, ma una comunità in ascolto no.
Perché le idee, quando trovano una voce, non muoiono.
Perché il Sud che Ciroma ha immaginato non è una periferia dell’impero, ma un centro possibile di mondo.
A Carlo, Franco, Marta.
A tutte e tutti quelli che hanno attraversato questi microfoni anche solo per un istante.
A chi continuerà a cercare parole dove il potere vorrebbe solo silenzio.
Buon compleanno, Radio Ciroma.
Che il tuo rumore continui a disturbare l’ordine delle cose.
