Il Festa della Liberazione non è una ricorrenza neutra. Non è una festa “di tutti” nel senso comodo e anestetizzato che qualcuno vorrebbe imporre. È una linea di frattura. È una scelta.
Da una parte c’è la democrazia nata dalla sconfitta del Fascismo. Dall’altra c’è chi, oggi, lavora — apertamente o strisciando — per svuotarla, deformarla, renderla irriconoscibile.
Non servono nostalgie in camicia nera per capire cosa sta succedendo. Basta ascoltare. “Remigrazione”. “Prima gli italiani”. “Patrioti”. Parole che non sono slogan innocui: sono strumenti. Servono a dividere, a escludere, a costruire un’idea di Paese chiusa, impaurita, autoritaria.
E no, non è allarmismo. È realtà.
Quando si normalizza il linguaggio dell’esclusione, quando si legittima la paura come collante sociale, quando si guarda con ammirazione a modelli politici come quello incarnato da Donald Trump e dal suo “MAGA”, non si sta “dicendo le cose come stanno”. Si sta preparando il terreno.
Il punto è questo: il fascismo oggi non ha bisogno di marciare su Roma. Gli basta entrare nel senso comune.
Gli basta che abbastanza persone dicano: “in fondo non è così grave”.
E allora il 25 aprile diventa scomodo. Perché ricorda una verità che molti vorrebbero archiviare: la libertà non è stata concessa, è stata conquistata contro qualcuno. E quel qualcuno aveva un nome preciso.
Per questo oggi celebrare la Liberazione senza prendere posizione è una forma di complicità morbida. È il modo più elegante per lasciare che le cose scivolino.
Valorizzare il 25 aprile significa rompere questa ambiguità.
Significa dire che l’antifascismo non è negoziabile.
Significa rifiutare la retorica tossica travestita da “buonsenso”.
Significa smettere di trattare ogni posizione come equivalente, quando non lo è.
Perché non tutte le idee meritano lo stesso spazio. Non tutte le parole sono innocue.
E soprattutto: non tutte le eredità storiche sono compatibili con la democrazia.
Chi oggi prova a svuotare il significato del 25 aprile non sta cercando “unità nazionale”. Sta cercando amnesia. E un Paese senza memoria è un Paese più facile da spostare, pezzo dopo pezzo, verso qualcosa di più oscuro.
Il 25 aprile non è una festa rassicurante.
È una domanda scomoda.
E la risposta, oggi come allora, non può essere neutrale.
