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Dalla solidarietà a Gaza alla diserzione globale

Le mobilitazioni internazionali contro il massacro di Gaza hanno rappresentato qualcosa di importante. Non solo una risposta morale all’orrore della guerra, ma l’emergere di una sensibilità politica che attraversa confini, lingue e contesti sociali diversi. Milioni di persone, in paesi lontani tra loro, hanno riconosciuto la stessa ingiustizia e hanno agito nello stesso tempo. Questo non è ancora un nuovo internazionalismo, ma ne è un segnale: la possibilità che soggetti differenti — studenti, lavoratori, movimenti sociali, comunità diasporiche — si riconoscano in una stessa lotta contro la violenza sistemica della guerra.

Se la guerra è diventata una struttura del mondo, opporsi alla guerra significa anche rompere i meccanismi che la rendono possibile. Questo richiede una forma di diserzione. Non soltanto nel senso tradizionale del rifiuto della leva militare, ma nel senso più ampio di un rifiuto sociale della guerra come normalità e come orizzonte inevitabile della politica internazionale.

Disertare il regime di guerra significa sottrarre consenso alla militarizzazione delle società. Significa opporsi alla trasformazione delle università in laboratori per l’industria militare e per le tecnologie della sicurezza; rifiutare la retorica della sicurezza che giustifica repressione, sorveglianza e frontiere armate; denunciare il ruolo economico delle guerre nelle strategie degli Stati e delle grandi imprese, che spesso trovano nei conflitti nuovi mercati, nuove opportunità di investimento e nuovi strumenti di controllo delle popolazioni.

Ma la diserzione, da sola, non basta. Deve tradursi in pratiche concrete di sabotaggio politico e sociale, capaci di interrompere i flussi che alimentano la macchina della guerra: campagne di boicottaggio, reti di solidarietà transnazionale, scioperi e mobilitazioni che colpiscano i nodi economici e logistici del potere globale — dai porti alle catene di approvvigionamento, dalle università coinvolte nella ricerca militare alle imprese che traggono profitto dal conflitto.

In questo senso, opporsi alla guerra significa anche costruire connessioni tra movimenti, condividere strumenti di lotta, produrre spazi di cooperazione che superino i confini nazionali. Significa riconoscere che nessuna lotta può vincere da sola, perché il potere che affronta è ormai organizzato su scala globale e si articola attraverso reti economiche, militari e tecnologiche sempre più integrate.

Se il regime globale della guerra si fonda sulla frammentazione delle società e sulla competizione tra i popoli, i movimenti devono fare l’opposto: ricostruire legami, alleanze e cooperazione tra chi lotta. Questo implica anche la capacità di connettere le lotte contro la guerra con quelle contro le disuguaglianze sociali, il razzismo, la devastazione ambientale e lo sfruttamento del lavoro, riconoscendo che queste dimensioni sono spesso prodotte dallo stesso sistema di potere.

Solo così la pace potrà smettere di essere uno slogan e diventare una forza politica reale.
Solo così la diserzione dalla guerra potrà trasformarsi in una pratica collettiva capace di aprire un’altra possibilità di mondo.