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Il regime di guerra e la potenza delle lotte

Viviamo dentro una trasformazione storica che spesso viene descritta con parole insufficienti. Si parla di crisi della democrazia, di ritorno dei nazionalismi, di svolte autoritarie. Ma queste definizioni colgono solo una parte del problema. Ciò che si sta affermando su scala globale è qualcosa di più profondo: una progressiva istituzionalizzazione della guerra come principio ordinatore della vita politica e sociale.

La guerra non è più soltanto un evento. È una forma di governo.

Quando la guerra diventa una condizione permanente, l’intero campo della politica si riorganizza. Le economie si militarizzano, le frontiere si irrigidiscono, la sicurezza diventa il linguaggio dominante, la disciplina sociale sostituisce il conflitto democratico. In questo quadro autoritarismo e nazionalismo non sono anomalie, ma strumenti coerenti di questa ristrutturazione.

Il potere ha bisogno di mobilitare le società dentro una logica di emergenza continua. Ha bisogno di costruire nemici, di produrre paure, di rafforzare identità chiuse. È così che il regime di guerra si radica nel quotidiano.

Non sorprende allora che esso si rivolga con particolare violenza contro quei movimenti che mettono in discussione i presupposti profondi di questo ordine.

Il femminismo, ad esempio, è incompatibile con la logica della guerra. Non solo perché si oppone alla violenza patriarcale, ma perché mette in discussione la struttura stessa delle gerarchie che la guerra richiede. Ogni regime di guerra ha bisogno di ristabilire una rigida divisione dei ruoli di genere: comando e obbedienza, forza e protezione, virilità e subordinazione. Per questo i movimenti femministi diventano bersagli privilegiati di un violento riallineamento patriarcale.

Allo stesso modo, i movimenti ecologisti entrano in collisione con la materialità della macchina militare contemporanea. La guerra moderna è inseparabile dal sistema energetico fossile. Le catene logistiche, l’industria bellica, la proiezione militare delle grandi potenze si fondano su un consumo massiccio di petrolio e gas. Difendere la terra significa inevitabilmente mettere in questione l’infrastruttura materiale della potenza militare.

I migranti, invece, incarnano il punto in cui il regime di guerra incontra la politica delle frontiere. In un mondo attraversato da crisi climatiche, economiche e belliche, la mobilità umana diventa sempre più intensa. Ma invece di essere riconosciuta come una dimensione costitutiva della vita globale, viene trasformata in una minaccia. I migranti diventano così corpi da sfruttare o da respingere, forza lavoro precarizzata o nemico interno da deportare.

Infine ci sono i poveri, sempre più espulsi dagli spazi centrali delle città e confinati nelle periferie materiali e sociali. La guerra non produce solo distruzione lontano dai nostri occhi: produce anche un nuovo ordine urbano fatto di sorveglianza, esclusione e controllo. La gestione della povertà assume sempre più i tratti di una gestione securitaria.

Questo quadro appare con chiarezza negli Stati Uniti, dove la presidenza di Donald Trump ha rappresentato una versione esplicita di questa logica: nazionalismo aggressivo, militarizzazione della frontiera, attacco ai movimenti sociali e rilancio dell’industria fossile come pilastro della potenza statunitense.

Ma ciò che vediamo negli Stati Uniti non è un’eccezione. È piuttosto un laboratorio politico. In Europa, e anche in Italia, si sviluppano dinamiche analoghe. Il governo guidato da Giorgia Meloni esprime una forma specifica di questa trasformazione: un nazionalismo identitario, una politica migratoria fondata sull’esclusione e una crescente centralità del paradigma securitario.

Di fronte a questo scenario, tuttavia, non esiste solo il potere. Esistono anche le lotte.

Movimenti femministi, mobilitazioni ecologiste, lotte dei migranti, pratiche di solidarietà urbana: su ciascuno di questi terreni si sviluppano forme di resistenza che mettono in crisi l’ordine emergente. Queste lotte producono nuove soggettività politiche, nuove forme di organizzazione, nuovi immaginari.

Il problema è che il regime di guerra tende a unificare dall’alto ciò che le lotte spesso vivono separatamente. Le diverse forme di dominio si rafforzano a vicenda, mentre le resistenze rimangono frammentate.

Per questo la mobilitazione contro la guerra può diventare oggi un terreno decisivo. Non come parola d’ordine astratta, ma come spazio concreto di convergenza.

Opporsi alla guerra significa opporsi alla militarizzazione dell’economia, alla devastazione ecologica, al patriarcato autoritario, alla violenza delle frontiere e alla gestione securitaria della povertà. Significa riconoscere che queste dimensioni non sono separate, ma parti di uno stesso dispositivo di potere.

La lotta contro la guerra diventa allora una pratica di ricomposizione politica.

Essa permette di collegare i conflitti, di costruire alleanze tra soggetti diversi, di moltiplicare la forza delle resistenze. In un momento storico in cui la congiuntura globale appare sempre più asfissiante – tra escalation militari, crisi climatiche e regressioni autoritarie – questa convergenza non è solo desiderabile. È necessaria.

Organizzare la mobilitazione contro il regime di guerra significa aprire uno spazio politico nuovo: uno spazio in cui la difesa della vita, della libertà e della terra possa trasformarsi in un progetto comune.

La posta in gioco non è semplicemente fermare una guerra.
La posta in gioco è impedire che la guerra diventi la forma permanente del nostro mondo.