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Onde che parlano

C’è un tempo in cui il mare era promessa. Oggi, nel cuore del Mediterraneo, è diventato un confine armato, una fossa comune liquida che restituisce corpi alla riva come una coscienza che non vuole tacere. Il Tirreno, davanti alle coste calabresi, parla ogni volta che le onde depositano sulla sabbia l’ennesimo cadavere senza nome. Non sono “numeri”, non sono “sbarchi”, non sono “emergenze”: sono vite spezzate dalla somma di guerre, disuguaglianze, cinismo politico.

Da anni il Mediterraneo è il teatro di una tragedia strutturale. Uomini, donne, bambini partono sapendo che potrebbero non arrivare mai. Eppure partono lo stesso, perché restare significa fame, persecuzione, morte certa. Di fronte a questo, l’Europa ha scelto sempre più spesso la strada dell’esternalizzazione, dei respingimenti delegati, della deterrenza. Una politica che non elimina le partenze: elimina i testimoni.

Ora si prospetta un ulteriore giro di vite: un decreto che, nei fatti, ostacolerebbe l’azione delle navi delle ONG impegnate nei soccorsi. Lo si chiama “blocco”, lo si giustifica come “ordine”, lo si presenta come “difesa dei confini”. Ma la domanda è semplice: cosa accade quando si riducono le possibilità di salvataggio in una delle rotte migratorie più pericolose al mondo?

Accade che aumentano i morti.

Il diritto del mare non è un’opinione. È un corpus normativo consolidato che impone l’obbligo di prestare soccorso a chiunque si trovi in pericolo. È un principio antico quanto la navigazione stessa: in mare non si lascia nessuno indietro. Trasformare il soccorso in un intralcio, sospettare sistematicamente chi salva vite, burocratizzare l’emergenza fino a renderla inefficace significa svuotare di senso quella regola fondamentale.

Non si tratta di essere “buonisti” o “securitari”. Si tratta di decidere che tipo di civiltà vogliamo essere. Una civiltà che misura la propria forza dalla capacità di proteggere i vulnerabili, o una che costruisce consenso sull’indifferenza? Ogni corpo restituito dalle onde è una domanda politica che bussa alle nostre porte. E ogni decreto che restringe il perimetro del soccorso è una risposta che pesa.

Chi sostiene che la durezza fermerà le partenze ignora – o finge di ignorare – che la disperazione non si dissuade con i divieti. Si affronta con corridoi umanitari, con canali legali di ingresso, con una politica estera coerente, con un sistema di accoglienza europeo realmente condiviso. Il resto è propaganda.

Il Mediterraneo non può diventare la normalità della morte amministrata. Non possiamo accettare che la parola “clandestino” valga più della parola “persona”. Non possiamo archiviare queste tragedie come inevitabili effetti collaterali.

La storia giudica le civiltà non dai muri che erigono, ma dalle vite che salvano. E oggi, sulle spiagge del Tirreno, la storia sta già scrivendo il suo verdetto.


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