C’è una parola che il potere ama usare quando vuole smettere di spiegare: sicurezza. È una parola comoda, elastica, rassicurante. Dentro ci puoi infilare tutto: la paura, la punizione, l’eccezione permanente. Il nuovo decreto sicurezza non nasce per proteggere qualcuno, ma per governare il conflitto sociale trasformandolo in questione di ordine pubblico.
Il nemico non è più esterno, non viene da lontano, non ha bisogno di essere nominato con precisione. Basta inventarlo. O meglio: basta rinominarlo. Oggi si chiama “maranza”, domani avrà un altro nome, purché sia abbastanza vago da includere figli e nipoti di chi non rientra mai nel perimetro della cittadinanza piena.
Le cosiddette “zone rosse”, da misura emergenziale, diventano infrastruttura stabile. Non servono a rendere vivibili i quartieri, ma a legittimare retate, controlli selettivi, cacce amministrative al “maranza” di turno. È la geografia dell’eccezione: pezzi di città sospesi dal diritto, dove la presenza stessa diventa colpa e il passaggio un rischio.
Dentro questa cornice, la repressione diventa metodo di governo. I centri sociali non sono spazi politici da contestare, ma bersagli da colpire con operazioni muscolari, dimostrazioni di forza che parlano più alle telecamere che ai tribunali. Poco importa se in quelle stesse città esistono percorsi di regolarizzazione, pratiche di inclusione, tentativi — fragili ma reali — di costruire convivenza. L’ordine pubblico non ama le contraddizioni: preferisce i blindati.
Il salto più grave, però, è un altro. È l’idea che si possa punire prima, fermare prima, intimidire prima. Dodici ore di fermo preventivo non sono uno strumento di sicurezza: sono un messaggio politico. Dicono che protestare è un rischio, che dissentire ha un costo, che l’opposizione va neutralizzata non per ciò che fa, ma per ciò che potrebbe fare. È la logica del sospetto elevata a norma.
E quando a protestare sono studenti, spesso minorenni, il dispositivo si allarga. Non si colpisce solo il corpo che scende in piazza, ma l’intero contesto familiare. È una strategia vecchia: trasformare l’impegno politico in un problema domestico, farlo pesare sui genitori, seminare paura invece che confronto.
Sul fondo, come un rumore costante, c’è la sorveglianza. Non più mirata, non più eccezionale, ma diffusa, preventiva, opaca. La profilazione di massa come normalità, i servizi segreti come osservatori del dissenso interno. Non è sicurezza: è militarizzazione della società. È l’idea che il conflitto sociale non sia fisiologico in una democrazia, ma una minaccia da monitorare.
Questo decreto risponde a un’emergenza inventata costruita attraverso i mass media conniventi.. Risponde a una scelta politica precisa: spostare l’asse dal welfare al manganello, dai diritti al controllo, dalla complessità alla semplificazione repressiva. Non affronta le disuguaglianze, le esaspera. Non previene il disagio, lo punisce. Non costruisce coesione, produce nemici interni.
Chiamarla sicurezza è una menzogna. È una guerra a bassa intensità contro chi è già più esposto, più ricattabile, più visibile. E come tutte le guerre sociali, chiede silenzio, obbedienza, rassegnazione.
A questa narrazione va opposta un’altra idea di sicurezza: quella che nasce dai diritti, dalla giustizia sociale, dalla libertà di dissentire senza paura.
