ascolta la diretta

Quando Michelangelo diventa uno scudo: la bellezza arruolata dalla guerra

C’è qualcosa di profondamente stonato — e proprio per questo rivelatore — nel fatto che un’industria bellica decida di battezzare un sistema antimissilistico con il nome di “Cupola di Michelangelo”. Michelangelo Buonarroti, l’uomo che ha trasformato il marmo in carne e la pietra in spirito, evocato per proteggere città e infrastrutture non attraverso la bellezza, ma attraverso l’intercettazione e la distruzione di missili. È più di una scelta di marketing: è un segno dei tempi.

La cupola, nella storia dell’architettura, è un simbolo di elevazione, di armonia, di aspirazione verso l’alto. È il cielo reso costruzione, la fede che diventa spazio. La cupola di Michelangelo in San Pietro non difende da un nemico: accoglie, sovrasta, unifica. Usarne il nome per uno strumento di guerra significa compiere un’operazione culturale precisa: estetizzare la difesa armata, rivestire la violenza preventiva di un’aura di grandezza civile e artistica.

Non è la prima volta che accade. I sistemi d’arma hanno spesso nomi mitologici, eroici, quasi poetici. Ma qui il salto è ulteriore: non si attinge al mito, bensì al cuore della cultura umanistica europea. Come se la guerra non fosse più l’eccezione tragica della storia, ma una sua prosecuzione naturale, degna di essere narrata con le stesse parole con cui raccontiamo l’arte.

Ed è proprio questo il punto inquietante.

Negli ultimi anni, la guerra ha smesso di essere una parentesi. È diventata uno sfondo permanente. Non più “se”, ma “quando”; non più “come evitarla”, ma “come prepararci”. I bilanci della difesa crescono, la retorica della sicurezza domina il dibattito pubblico, l’industria militare viene raccontata come volano di innovazione e occupazione. La guerra non è più un fallimento della politica: è una sua priorità strutturale.

In questo scenario, chiamare uno scudo antimissile “Cupola di Michelangelo” non è una provocazione, ma una normalizzazione. È il tentativo di integrare l’idea della guerra dentro il patrimonio simbolico condiviso, di farla apparire inevitabile, persino nobile. Se Michelangelo protegge, allora proteggere con le armi diventa un atto culturale, quasi morale.

Ma Michelangelo non costruiva difese. Costruiva domande. Le sue opere parlano di fragilità, di tensione, di conflitto interiore, non di annientamento dell’altro. Tirarlo dentro il lessico della guerra significa svuotarlo, ridurlo a brand, piegarlo a una logica che gli è radicalmente estranea.

La verità è che stiamo assistendo a uno slittamento profondo: dalla cultura della pace alla cultura della deterrenza permanente. Non ci prepariamo a evitare la guerra, ma a conviverci. E per convivere con qualcosa di così mostruoso, dobbiamo renderlo presentabile, raccontabile, persino bello. Le “cupole”, gli “scudi”, le “difese intelligenti” servono anche a questo: a rendere la guerra un oggetto tecnologico, pulito, distante, astratto.

Ma la guerra resta ciò che è sempre stata: corpi distrutti, città spezzate, futuro bruciato.

Forse allora la domanda giusta non è cosa c’entri Michelangelo con uno strumento di guerra, ma cosa dica di noi il fatto che non ci sembri più così strano accostarli. Se l’arte, che dovrebbe ricordarci ciò che siamo stati capaci di creare, viene usata per legittimare ciò che siamo pronti a distruggere, allora il problema non è il nome di uno scudo antimissile. È l’orizzonte che abbiamo scelto.

E in quell’orizzonte, purtroppo, la guerra non è più un incubo da cui svegliarsi, ma un investimento sul quale costruire il domani.


Pubblicato

in

, , ,

da

Tag: