Ogni tornata elettorale in Calabria sembra muoversi lungo un binario già scritto: promesse di cambiamento, appelli al rinnovamento, dichiarazioni di rottura. Eppure, a osservare i fatti, lo spartito resta lo stesso. La novità attesa, quella che dovrebbe segnare la differenza, raramente arriva. Il risultato è un senso diffuso di disillusione, che si traduce spesso in astensione o in un voto rassegnato.
La sanità è il campo in cui questa contraddizione emerge con più forza. In Calabria, l’accesso ai servizi essenziali è ormai una lotteria: pronto soccorso al collasso, reparti che chiudono, liste d’attesa che costringono a mesi di attesa, quando non addirittura all’emigrazione sanitaria. Ogni famiglia conosce qualcuno che ha dovuto affrontare il peso economico e umano di curarsi fuori regione. È un fenomeno che non solo mette in discussione il diritto costituzionale alla salute, ma mina le basi stesse della coesione sociale.
A fronte di questa emergenza, la risposta della politica si è spesso limitata a due strumenti: da un lato la comunicazione, con campagne patinate che cercano di attenuare l’impatto della realtà (Roberto Occhiuto docet) ; dall’altro, la costruzione di alleanze che finiscono per riproporre le stesse logiche del passato. È qui che si inserisce la contraddizione più evidente: come si può rivendicare un progetto di ricostruzione della sanità pubblica se, al contempo, si aprono le liste elettorali a figure di spicco della sanità privata? Non è un dettaglio tecnico né una questione marginale: riguarda la credibilità stessa del progetto politico.
L’ingresso di interessi privati in un campo già così fragile rischia di rafforzare un sistema che da anni penalizza la Calabria. Quando la politica si affida a questi compromessi, il messaggio che arriva ai cittadini è chiaro: il cambiamento annunciato si piega ancora una volta a logiche di equilibrio interno, sacrificando l’interesse collettivo.
La vera alternativa, oggi, non è tra destra e sinistra, ma tra chi intende difendere il principio universalistico della sanità pubblica e chi, esplicitamente o implicitamente, accetta di trasformarla in terreno di scambio. Non si tratta di un astratto dibattito ideologico: significa decidere se i calabresi continueranno a vivere in una regione dove curarsi è un privilegio per chi può permettersi di andare altrove, o se finalmente sarà garantito a tutti il diritto alla salute senza condizioni.
In questa scelta si gioca la credibilità della politica calabrese. Perché senza una rottura netta con le logiche del passato, ogni promessa di cambiamento rischia di restare lettera morta. E i calabresi, più che di nuovi slogan, hanno bisogno di verità e coerenza.