Il governo continua a ripeterlo: “l’Italia non è in guerra”.
È una frase che abbiamo già sentito molte volte negli ultimi trent’anni. L’abbiamo sentita durante i bombardamenti nei Balcani, durante la guerra in Iraq, durante l’intervento in Libia. Ogni volta la formula è la stessa: l’Italia non combatte, l’Italia non bombarda, l’Italia “fornisce supporto”.
Ma la guerra contemporanea non funziona più come nei manuali del Novecento. Non servono dichiarazioni formali, né mobilitazioni generali. La guerra si fa con reti di basi, con corridoi logistici, con infrastrutture militari distribuite tra Paesi alleati. E dentro questa rete l’Italia occupa da decenni una posizione centrale.
Aviano, Sigonella, Camp Darby, il sistema radar del MUOS in Sicilia, i porti utilizzati dalla VI Flotta statunitense: il territorio italiano è diventato nel tempo uno dei principali hub militari del Mediterraneo. Non una periferia strategica, ma una retrovia operativa da cui partono missioni, rifornimenti, droni, sistemi di comando.
È in questo quadro che bisogna leggere la crisi con l’Iran.
Da settimane la narrazione che accompagna l’escalation militare è sempre la stessa: fermare il presunto percorso di Teheran verso l’arma atomica. Ma le stesse dichiarazioni di chi sostiene l’intervento rivelano tutta la fragilità di questa giustificazione. “Un percorso verso l’atomica certamente c’era”, si dice. Poi si aggiunge che si vedrà in futuro se fosse davvero così.
Prima si bombardano i Paesi, poi si verifica se il motivo era reale.
È un copione già scritto. Nel 2003 l’invasione dell’Iraq fu giustificata con la minaccia delle armi di distruzione di massa. Quelle armi non furono mai trovate. Ma la guerra intanto aveva devastato un Paese, destabilizzato un’intera regione e aperto la strada a vent’anni di conflitti.
Oggi la storia rischia di ripetersi. Con una differenza: nel frattempo il sistema militare occidentale è diventato ancora più integrato, ancora più diffuso, ancora più capace di combattere guerre senza dichiararle apertamente.
Ed è qui che entra in gioco l’Italia.
Il governo sostiene che il nostro Paese non partecipa al conflitto. Ma allo stesso tempo non esclude l’utilizzo delle basi militari presenti sul territorio nazionale per le operazioni degli alleati. È una posizione ambigua solo in apparenza. In realtà è una strategia politica precisa: partecipare alle guerre senza assumersene apertamente la responsabilità.
La logistica viene presentata come una questione tecnica. Le basi come infrastrutture neutre. Le decisioni militari come obblighi derivanti dalle alleanze.
Ma la logistica è la spina dorsale della guerra.
Un aereo che decolla da una base italiana per bombardare un obiettivo in Medio Oriente non è un dettaglio amministrativo. È un atto di guerra che passa dal nostro territorio. Anche se il governo preferisce chiamarlo “supporto operativo”.
Questa ambiguità rivela una contraddizione più profonda: quella tra la collocazione geopolitica dell’Italia e i principi scritti nella sua Costituzione.
L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa contro altri popoli. È una delle frasi più nette e più radicali della nostra carta costituzionale. Non una formula retorica, ma la risposta storica alla tragedia del fascismo e della Seconda guerra mondiale.
Eppure negli ultimi decenni quella frase è stata progressivamente svuotata.
Le guerre non vengono più chiamate guerre. Diventano “missioni di stabilizzazione”, “operazioni di pace”, “interventi umanitari”. E quando le bombe partono dalle basi italiane si parla semplicemente di “cooperazione con gli alleati”.
È una trasformazione linguistica che ha un obiettivo preciso: rendere invisibile il coinvolgimento del Paese nei conflitti.
Il risultato è che le decisioni strategiche vengono prese sopra la testa dei cittadini. Il Parlamento discute quando tutto è già stato deciso nelle sedi diplomatiche e militari. L’opinione pubblica viene informata a giochi fatti.
Intanto il territorio italiano continua a funzionare come una piattaforma militare nel cuore del Mediterraneo.
La questione, allora, non riguarda soltanto la crisi con l’Iran. Riguarda il ruolo che l’Italia ha assunto negli equilibri militari globali. Un ruolo costruito negli anni della Guerra fredda e rafforzato nelle guerre degli ultimi trent’anni: da retrovia operativa delle strategie statunitensi e della NATO.
È un ruolo che nessun governo ha mai davvero messo in discussione.
Eppure la domanda resta inevitabile: può una democrazia partecipare a guerre permanenti senza dichiararle mai? Può un Paese continuare a ospitare infrastrutture militari decisive per operazioni di bombardamento senza che questo diventi oggetto di un vero conflitto politico e sociale?
Perché la verità è semplice, anche se la si nasconde dietro formule diplomatiche.
Le guerre non cominciano quando i governi trovano il coraggio di pronunciarne il nome.
Cominciano quando i bombardieri iniziano a decollare.
E se quelle piste sono sul nostro territorio, la guerra passa già da qui.
