Il fascismo non appare mai come un evento improvviso. Si insinua, prende forma lentamente, sedimentandosi nelle emozioni collettive prima ancora che nelle istituzioni. La sua materia originaria non è l’ideologia, ma la paura. Paura del futuro, dell’altro, della perdita, del disordine. Il fascismo nasce e si regge su questa atmosfera emotiva, la produce e la riproduce incessantemente, fino a farla sembrare naturale. Il popolo viene così costituito come comunità impaurita, tenuta insieme non da un progetto condiviso, ma da un comune stato di allerta.
In questo scenario, la paura non è solo uno strumento di dominio: diventa una forma di razionalità. Avere paura appare sensato, responsabile, persino virtuoso. Il potere non ha bisogno di imporla apertamente, perché è ormai interiorizzata. Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio è misurato sul rischio di deviare. Il fascismo agisce allora come un principio di organizzazione del possibile: delimita ciò che può essere detto, pensato, desiderato. Il mondo si restringe, e con esso l’immaginazione.
È qui che il gesto di superare la paura assume un valore teorico e politico radicale. Non si tratta di una semplice esortazione morale, ma di una rottura ontologica: dire no alla paura significa rifiutare la forma di soggettività che il fascismo produce. È un atto che va pronunciato fra la gente perché la paura è sempre un fatto collettivo. Rompere il suo incantesimo equivale a restituire ai corpi la possibilità di stare insieme senza essere governati dal terrore.
Il fascismo, tuttavia, non domina solo attraverso le emozioni, ma attraverso il linguaggio. Le parole vengono svuotate, rese slogan, ripetute fino a perdere significato. Patria, ordine, sicurezza diventano segni fluttuanti, capaci di giustificare qualsiasi violenza. Il linguaggio fascista non descrive il mondo: lo paralizza. Liberarsi della paura, allora, significa anche spezzare questa prigionia simbolica, ridere dell’autorità, smascherarne la maschera grottesca, restituire alle parole la loro storicità e la loro fragilità.
Riempire le parole di passioni è un’operazione teorica prima ancora che poetica. Significa riconoscere che il linguaggio non è neutro, ma campo di battaglia. Là dove il processo di assoggettamento ha lasciato forme vuote, la resistenza introduce esperienze, desideri, conflitti. Le parole tornano a essere incarnate, situate, soggettive. In questo movimento, il linguaggio smette di essere strumento di comando e ridiventa spazio di relazione.
Si ha allora l’impressione che il secolo, improvvisamente, si sia oscurato. Le ombre si allungano, i significati si confondono, la storia sembra ripiegarsi su se stessa. Respingere la paura significa dissipare queste ombre, non attraverso una luce astratta, ma mediante un lavoro paziente di chiarificazione. Riconquistare il senso delle parole vuol dire restituire loro un legame con le cose, con la realtà vissuta, con la libertà come pratica concreta e non come ideale retorico.
In questo percorso di chiarificazione emerge una verità fondamentale: il fascismo è sempre lo stesso. Cambiano le forme, i contesti, i linguaggi, ma la struttura resta invariata. È sempre la ripetizione della violenza come risposta alla speranza. È sempre il ritorno del vecchio — patriarcato, sfruttamento, sovranità assoluta — presentato come necessità storica e obbligo morale. Il fascismo non crea: reitera. Non apre il futuro: lo blocca.
