ascolta la diretta

Il rumore delle armi e il silenzio del tempo: l’Iran sospeso tra repressione e calcolo

Ci sono repressioni che gridano e altre che soffocano. Quella iraniana appartiene alla seconda categoria: non perché manchino i morti, le prigioni, la violenza plateale, ma perché il potere ha scelto di governare il tempo prima ancora delle piazze. Non punta solo a spezzare le proteste: punta a logorarle.

Mentre i cadaveri vengono rimossi in fretta e le comunicazioni ufficiali parlano di “ordine ristabilito”, Teheran non chiude le porte. Anzi, le lascia socchiuse. Mantiene i canali con Washington, manda segnali ambigui, promette dialogo mentre reprime. È una strategia antica: guadagnare giorni, settimane, mesi. Perché le rivolte vivono di intensità; i regimi, di resistenza.

In questo gioco, anche l’Occidente rischia di cadere in una trappola narrativa. Le immagini della violenza spingono a invocare risposte immediate, sanzioni più dure, persino interventi militari. Ma la minaccia armata – sbandierata, preparata, mai ancora ordinata – è essa stessa una forma di attesa. Serve a mostrare determinazione senza assumersi la responsabilità di un esito. E soprattutto sposta il baricentro: dai cittadini iraniani ai calcoli strategici delle grandi potenze.

Il rischio è che la tragedia iraniana venga letta ancora una volta come una partita a scacchi tra Stati Uniti e regime, dove i manifestanti diventano pedine morali, utili a giustificare pressioni o retoriche, ma raramente riconosciuti come soggetti politici autonomi. Eppure ciò che sta accadendo nelle città e nelle province più remote dell’Iran non è un’appendice della geopolitica: è una frattura interna, profonda, generazionale.

Il regime lo sa. Per questo reprime senza fretta di “vincere”. Arresta, intimorisce, lascia che la paura si sedimenti. Conta sul fatto che l’attenzione internazionale si sposti altrove, che i numeri – 648 morti, diecimila arresti, forse molti di più – diventino statistiche intercambiabili in un flusso continuo di crisi globali. La repressione non ha bisogno di essere totale: le basta essere persistente.

Anche l’Occidente dovrebbe interrogarsi sul proprio tempo. Ogni volta che si parla di “opzioni sul tavolo”, si rafforza la narrazione del regime: quella di un Paese assediato, dove ogni dissenso può essere dipinto come manovra straniera. È una scorciatoia che ha già fallito in passato, e che rischia di isolare proprio chi oggi scende in piazza chiedendo libertà, non bombardamenti.

Bisognerebbe  rinunciare alla tentazione dell’urgenza morale immediata e porsi una domanda più scomoda: come si sostiene una società che protesta senza trasformarla nel pretesto di una guerra? Come si esercita pressione senza offrire al potere la giustificazione perfetta per stringere ancora di più il cappio?

Il silenzio non è un’opzione, ma neppure il fragore delle armi lo è. Tra questi due estremi esiste uno spazio più difficile: quello della responsabilità politica, della memoria lunga, del sostegno concreto ai diritti umani che non scade con il ciclo delle notizie. È uno spazio meno spettacolare, ma forse l’unico che non tradisce chi oggi, in Iran, sta pagando il prezzo più alto.


Tag: