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Disarmare la guerra, ricomporre la vita

Liberare le nostre vite dall’ipoteca della guerra non è uno slogan né una priorità da mettere in cima a una lista già affollata. È il terreno stesso su cui oggi si gioca ogni possibilità di trasformazione. Perché la guerra non è un evento separato, un’esplosione improvvisa che interrompe la normalità: è la normalità di un sistema che governa attraverso la paura, la scarsità indotta, la produzione continua di nemici.

La guerra abita i nostri quartieri prima ancora che i fronti militari. Sta nei dispositivi di sicurezza che militarizzano gli spazi urbani, nella precarietà che mette lavoratori e lavoratrici in competizione permanente, nelle politiche migratorie che decidono chi può vivere e chi può morire lungo una frontiera. Sta nella violenza patriarcale normalizzata, nel razzismo istituzionale, nella devastazione ambientale giustificata in nome dello sviluppo e della “sicurezza energetica”. È qui che la guerra diventa un regime ordinario di governo della vita.

Per questo il suo rifiuto non può essere separato dalle lotte per l’abitare, dal conflitto sul salario, dalla difesa degli spazi sociali, dalla giustizia climatica, dal rifiuto del patriarcato e del razzismo. Non perché tutto sia uguale, ma perché tutto è attraversato dalla stessa logica: dividere, gerarchizzare, rendere sacrificabili intere porzioni di popolazione. La forza del rifiuto della guerra non nasce da un appello morale, ma dalla capacità di sabotare concretamente questa logica, ovunque si riproduca.

Dire no alla guerra significa allora praticare una ricomposizione materiale delle lotte. Significa riconoscere che una casa occupata, un picchetto sul posto di lavoro, una mobilitazione climatica o transfemminista non sono “temi diversi”, ma atti di diserzione dall’economia politica della guerra. Ogni volta che una lotta costruisce cooperazione invece che competizione, cura invece che scarto, solidarietà invece che confine, indebolisce il dispositivo bellico che tiene insieme capitalismo, autoritarismo e devastazione.

In questo senso, l’internazionalismo non è una bandiera da sventolare nei momenti di crisi globale. È una pratica quotidiana di traduzione e connessione. Far vivere il rifiuto della guerra in una mobilitazione di quartiere significa legare la speculazione immobiliare alla finanziarizzazione bellica; contrastare l’autoritarismo di un governo nazionale significa smascherare il nesso tra repressione interna e aggressività esterna; sostenere lotte oltre confine significa riconoscere che le catene del valore, della logistica e della violenza sono già transnazionali.

Anche l’Europa va attraversata in questo modo. Non come spazio neutro di diritti traditi né come semplice apparato da abbattere, ma come campo instabile, in crisi, dove il disfacimento degli assetti istituzionali apre possibilità impreviste. L’Unione Europea è oggi un laboratorio di governo della guerra: economica, sociale, climatica, militare. Ma proprio per questo è anche uno spazio in cui sperimentare nuove forme di azione politica, capaci di superare i confini nazionali senza consegnarsi a nuove sovranità armate.

Fermare la guerra, allora, non è un obiettivo da rimandare a un futuro pacificato. È un esercizio permanente di disobbedienza alla sua razionalità. Significa sottrarre tempo, spazio e desiderio alla produzione di nemici. Significa rifiutare l’idea che non ci siano alternative, che la sicurezza passi dalle armi, che la crisi si gestisca con l’autorità e la forza.

La pace non verrà dopo. Se deve avere un senso, nasce già dentro le lotte che trasformano il presente. Nasce quando le vite si rifiutano di essere governate dalla guerra e iniziano, qui e ora, a costruire altre forme di convivenza, di conflitto, di libertà.


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