Ci raccontano che il mondo sta diventando multipolare, e lo dicono con un tono che oscilla tra il sollievo e l’euforia: finalmente la fine dell’egemonia, finalmente l’equilibrio, finalmente il declino dell’impero. Ma se si guarda meglio, se si sposta lo sguardo dal linguaggio diplomatico alla materialità dei rapporti di forza, il multipolarismo appare per quello che è: non un superamento dell’imperialismo, bensì la sua riorganizzazione.
Altro che fine dei blocchi. Siamo davanti a una grande trattativa permanente, spesso violenta, talvolta cinica, in cui le potenze si muovono come azionisti di un capitalismo globale che non ha più bisogno di bandiere coerenti, ma solo di zone d’influenza flessibili. Agli Stati Uniti il “cortile di casa” — Venezuela, Cuba, forse la Groenlandia — alla Russia il Donbass e l’Ucraina come spazio vitale, con l’ombra lunga sui Baltici. A Israele l’intera Palestina come soluzione finale del problema coloniale, più un possibile ridisegno regionale che passa dall’Iran alla Siria, dal Libano in giù. Alla Cina Taiwan come questione interna e l’Africa come orizzonte strategico. E poi India, Turchia, monarchie del Golfo: ciascuno con il suo pezzo di mondo, ciascuno con il suo diritto implicito a forzare confini, rovesciare governi, riscrivere equilibri.
Questo non è caos. È un ordine. Un ordine feroce, instabile, negoziato a colpi di guerra, sanzioni e massacri selettivi. È il capitalismo nella sua fase matura, che non promette più progresso universale ma gestione differenziale della violenza. Le vecchie categorie — Nord e Sud del mondo, Occidente e resto — servono ancora per la propaganda, per semplificare il racconto, per dare al pubblico una narrazione morale. Ma sotto la superficie, le alleanze sono liquide, le amicizie contingenti, i nemici temporanei. Il “nemico del mio nemico” non è un amico: è un investimento.
Il multipolarismo non redistribuisce il potere verso il basso. Lo frammenta verso l’alto. Moltiplica i centri decisionali ma non amplia la democrazia, moltiplica gli imperi ma non riduce lo sfruttamento. Anzi: più poli significa più competizione, e più competizione significa più guerra come strumento ordinario di regolazione. Non è un caso che i conflitti oggi non abbiano mai una fine chiara: non devono vincere, devono durare. Devono produrre instabilità controllata, flussi di capitale, riarmo, ricostruzione, dipendenza.
In questo scenario, l’idea che esista un fronte progressivo “anti-occidentale” è una trappola. Non perché l’Occidente sia innocente — tutt’altro — ma perché l’alternativa proposta non è emancipazione, è solo un altro padrone. Non c’è nulla di anti-imperialista nel sostenere un impero emergente contro uno in declino. C’è solo una scommessa su chi sfrutterà meglio, su chi controllerà più efficacemente territori, risorse, popolazioni.
La trasformazione del capitalismo è più avanzata delle nostre mappe concettuali. Non cerca più legittimazione ideologica universale, ma efficienza geopolitica. Non ha bisogno di pace, ma di stabilità asimmetrica. Non teme il disordine, purché sia redditizio. E noi, mentre discutiamo se il mondo sia ancora unipolare o già multipolare, restiamo intrappolati in schemi che non spiegano più nulla.
Il multipolarismo come spartizione: un ordine che si vende come caos
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