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Il diritto internazionale è morto a Caracas

Quanto annunciato da  Donald Trump ci mette  di fronte non a un semplice atto di forza geopolitica, ma a un punto di non ritorno nella storia delle relazioni internazionali. La cattura del presidente in carica del Venezuela, Nicolás Maduro, il suo trasferimento forzato all’estero, l’autoproclamazione statunitense a potere di governo “fino alla transizione” e la rivendicazione esplicita di interessi petroliferi  rappresentano  la definitiva liquidazione del diritto internazionale.

Il diritto internazionale, già indebolito da decenni di violazioni selettive, viene qui apertamente calpestato e umiliato. La sovranità statale, principio cardine sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, non viene nemmeno più aggirata con il linguaggio ipocrita dell’“intervento umanitario” o della “responsabilità di proteggere”. Viene semplicemente negata. Un capo di Stato straniero viene catturato, incriminato da un tribunale nazionale di un altro Paese e rimosso manu militari, come se il mondo fosse un’estensione del sistema giudiziario e militare statunitense.

Non si tratta di difendere Maduro, il suo regime o le sue responsabilità. Questo punto è essenziale. Il diritto internazionale non esiste per proteggere i buoni, ma per limitare i forti. Esiste proprio per impedire che una superpotenza possa decidere unilateralmente chi governa, chi viene arrestato, chi è legittimo e chi no. Quando questo principio salta, non resta alcuna legge: resta solo il rapporto di forza.

Le esplosioni a Caracas, i voli a bassa quota, la dichiarazione di emergenza nazionale sono il linguaggio brutale con cui l’America di Trump comunica al mondo una verità che covava da tempo: l’ordine multilaterale è finito, e Washington si considera non più “garante”, ma proprietaria dell’ordine globale. “Governeremo il Paese fino alla transizione” non è una frase infelice: è una dichiarazione coloniale, degna del XIX secolo, pronunciata nel XXI.

Ancora più inquietante è l’assoluta franchezza con cui viene rivendicato il movente economico. Il petrolio non è un effetto collaterale, ma il cuore dell’operazione. Non si parla di democrazia, di diritti umani o di elezioni libere. Si parla di “essere coinvolti nell’industria petrolifera di Caracas”. È il ritorno esplicito alla dottrina secondo cui le risorse naturali dei Paesi deboli sono una posta di guerra per le potenze forti.

In questo scenario, le istituzioni internazionali appaiono non solo impotenti, ma irrilevanti. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, paralizzato dai veti, viene bypassato. La Corte Penale Internazionale, ignorata quando potrebbe colpire alleati, diventa inutile quando a colpire è l’egemone. Il messaggio è chiaro: la legge vale solo se coincide con l’interesse americano.

Le conseguenze saranno globali. Se un presidente può essere catturato perché “incriminato a New York”, allora nessun leader di un Paese non allineato è più al sicuro. Se il controllo delle risorse giustifica un cambio di regime, allora la guerra preventiva diventa normalità. Se l’America governa “fino alla transizione”, allora il concetto stesso di autodeterminazione dei popoli è morto.

Non siamo di fronte a un’eccezione, ma a un precedente. E i precedenti, nella storia, contano più delle dichiarazioni. Oggi è il Venezuela. Domani sarà qualsiasi Paese che osi sottrarsi alla sfera d’influenza imperiale.

Il diritto internazionale non è crollato per debolezza intrinseca. È stato deliberatamente sacrificato sull’altare dell’unilateralismo, del cinismo e della forza. E quando la forza diventa l’unica legge, non esistono più “alleati”, ma solo sudditi temporanei.

Questo è  dominio. E il mondo intero ne pagherà il prezzo.


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