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Quando un’isola sprofonda e il mondo spegne lo sguardo

Quello che sta accadendo a Cuba non è solo un blackout elettrico: è un blackout politico, mediatico e morale. Quando un intero Paese sprofonda nel buio e il silenzio internazionale è quasi totale, non siamo davanti a una semplice crisi infrastrutturale, ma a una gerarchia globale delle vite che contano e di quelle che possono essere ignorate.

Il collasso della rete elettrica è l’effetto visibile di un assedio più profondo. L’embargo imposto dagli Stati Uniti — che dura da decenni — non è un relitto della Guerra Fredda, ma una leva ancora attiva che stringe l’economia cubana fino a soffocarla. Parlare di “carenza di petrolio, cibo e medicine” senza nominare le responsabilità politiche significa raccontare solo metà della storia. E una mezza verità, in questi casi, è già complicità.

Ma c’è un altro elemento che pesa quanto il buio: l’indifferenza. I grandi telegiornali, sempre pronti a mobilitarsi quando le crisi riguardano aree strategiche per l’Occidente, qui abbassano il volume. Cuba non è “utile” nel racconto dominante, e quindi sparisce. È una marginalizzazione che non nasce dal caso, ma da una precisa architettura dell’informazione.

In questo contesto, la missione umanitaria partita dall’Europa assume un valore che va oltre gli aiuti materiali. Non si tratta solo di portare farmaci o pannelli solari: è un gesto politico, un tentativo di rompere l’isolamento, di bucare il muro dell’indifferenza. È la dimostrazione che esiste ancora una solidarietà che non chiede il permesso alle cancellerie né si piega alle convenienze geopolitiche.

Ce la faranno? Dipende da cosa intendiamo per “riuscire”. Se l’obiettivo è risolvere la crisi, no: nessuna flotilla può sostituire ciò che viene negato da anni. Ma se l’obiettivo è accendere una luce — anche simbolica — nel buio, allora sì, ogni gesto conta. Perché il punto non è solo aiutare Cuba, ma smascherare il meccanismo che la tiene in ginocchio.


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