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Medici, ritorni e mercenari del bisogno: il prezzo della sanità

C’è qualcosa che stona, e profondamente, nell’accorato appello con cui il Presidente della Regione Calabria invita i medici calabresi emigrati — in altre regioni o all’estero — a fare ritorno a casa. Il messaggio è chiaro: tornate, perché oggi possiamo pagarvi di più. Un guadagno generoso, qualche benefit, condizioni economiche finalmente competitive. Un’offerta, più che una visione. Un contratto, più che un progetto.
Il sottotesto, neppure troppo velato, è inquietante: la professione medica viene trattata come una merce da acquistare sul mercato globale del lavoro, come se bastasse alzare il prezzo per colmare un vuoto che è prima di tutto strutturale, culturale e politico. Il medico, in questa narrazione, non è un professionista che cresce dentro un sistema, ma un “mercenario” da richiamare all’occorrenza, qualcuno che vende la propria competenza al miglior offerente.
È certamente possibile che alcuni medici accettino. In un Paese che da anni mortifica il lavoro sanitario, l’offerta economica può rappresentare una leva potente. Ma fermarsi al salario significa non voler vedere — o non voler affrontare — la questione centrale: oltre al guadagno, cosa trova oggi un medico in Calabria?
Trova un sistema sanitario in affanno cronico, segnato da anni di commissariamenti, carenze di personale, strutture obsolete. Trova una diffusa arretratezza sul piano delle innovazioni tecnologiche e organizzative, proprio in un’epoca in cui la medicina corre veloce: intelligenza artificiale, telemedicina, robotica, ricerca clinica avanzata. Strumenti che altrove non sono un lusso, ma la normalità del lavoro quotidiano.
In queste condizioni, la promessa economica rischia di diventare una gabbia dorata. Perché un medico non cerca solo uno stipendio più alto: cerca ambienti stimolanti, possibilità di aggiornamento, confronto scientifico, crescita professionale. Cerca un sistema che lo metta nelle condizioni di curare meglio, non semplicemente di essere pagato di più.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché accettare? Per senso di appartenenza? Per amore della propria terra? Per spirito di sacrificio? Se è così, allora l’appello dovrebbe parlare a questi valori, e soprattutto dovrebbe sostenerli con fatti concreti. Perché non si può chiedere vocazione e dedizione a un sistema che non investe seriamente in qualità, ricerca, infrastrutture e dignità professionale.
Ridurre il problema alla leva economica significa anche ammettere, implicitamente, il fallimento della politica sanitaria degli ultimi decenni. Significa dire che non siamo stati capaci di costruire un sistema attrattivo, e che ora proviamo a colmare il vuoto con incentivi straordinari, come si fa nei contesti emergenziali o bellici. Da qui il parallelo, amaro ma calzante, con la figura del mercenario.
Ma la sanità non è un campo di battaglia e i medici non sono soldati a contratto. Sono pilastri di una comunità, professionisti che dovrebbero essere messi nelle condizioni di restare — non di tornare per convenienza. Il vero interrogativo, allora, non è quanto pagare un medico per farlo rientrare, ma che tipo di sanità vogliamo costruire perché non debba più andare via.
Senza una visione di lungo periodo, senza investimenti reali in innovazione e organizzazione, ogni appello rischia di restare una promessa vuota. E ogni medico che accetta solo per il guadagno finirà, prima o poi, per andarsene di nuovo. Perché la dignità di una professione non si compra: si costruisce.


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