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Difendiamo i nostri territori, costruiamo l’opposizione

 

Il mese di febbraio ha lasciato ferite profonde in Calabria e in tutto il Mezzogiorno. Uragani, mareggiate violente, frane e smottamenti hanno messo in ginocchio intere comunità. Le immagini delle coste erose, delle strade interrotte, delle case evacuate non sono solo cronaca di maltempo: sono il simbolo di una fragilità strutturale che da anni viene ignorata.

Oggi facciamo la conta dei danni. Ma la domanda che dovremmo porci è un’altra: quanti di questi danni potevano essere evitati? La risposta, per quanto scomoda, è evidente. Una parte significativa di ciò che abbiamo visto è il risultato di decenni di mancata manutenzione del territorio, di scarsa prevenzione del dissesto idrogeologico, di scelte politiche che hanno privilegiato l’annuncio rispetto alla cura quotidiana dei luoghi.

Il Sud non è fragile per destino. È fragile perché lasciato solo. In un’area tra le più esposte d’Europa ai cambiamenti climatici, si continua a intervenire solo in emergenza, quando i riflettori sono accesi e l’emotività è alta. Poi tutto torna nel silenzio, fino alla prossima allerta meteo.

In questo contesto, appare quantomeno paradossale che si torni a presentare come prioritaria e “strategica” la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Un’opera imponente, dal costo enorme, che viene raccontata come la chiave dello sviluppo del Mezzogiorno. Ma quale sviluppo può nascere su territori che franano? Quale modernità può poggiare su coste che arretrano e su reti viarie interne dissestate?

La vera opera strategica, oggi, sarebbe un grande piano di messa in sicurezza del territorio. Sarebbe investire su argini, consolidamenti, manutenzione dei versanti, riforestazione, difesa delle coste. Sarebbe rafforzare i servizi locali, sostenere i comuni, creare lavoro stabile nella cura dell’ambiente. Sarebbe trasformare la prevenzione in una priorità nazionale, non in una voce residuale di bilancio.

Il rischio, invece, è che il Sud venga ancora una volta trattato come periferia dell’impero: luogo su cui sperimentare grandi narrazioni simboliche, mentre le esigenze concrete delle comunità restano inascoltate. Dire no a una nuova stagione di devastazione non significa dire no al progresso. Significa chiedere un progresso diverso, radicato nei bisogni reali delle persone e nel rispetto dei territori.

La giornata del  28 febbraio non è soltanto un appuntamento politico. È un atto di responsabilità collettiva. È la volontà di costruire un’opposizione politica e sociale che metta al centro la dignità del Sud, la sicurezza delle sue comunità, la tutela del suo patrimonio naturale.


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