Un presidente a vita. Un miliardo per sedersi al tavolo. Nessun palestinese a decidere del proprio destino.
Lo chiamano “pace”. Ma il cosiddetto Board of Peace voluto da Donald Trump ha poco a che fare con la diplomazia multilaterale e molto con la concentrazione del potere. Un organismo in cui il presidente è permanente, inamovibile, e decide chi entra e chi resta fuori. Dove la partecipazione non è fondata sull’uguaglianza tra Stati, ma sulla capacità di pagare. Un miliardo di dollari per avere voce. È questa la nuova idea di cooperazione internazionale?
Nel board compare anche Jared Kushner, genero del presidente e già protagonista delle strategie mediorientali trumpiane, con interessi dichiarati nella trasformazione immobiliare dell’area di Gaza. Mentre le macerie sono ancora fumanti, c’è già chi immagina grattacieli. Mentre un popolo chiede autodeterminazione, c’è chi pianifica investimenti.
E i palestinesi? Non rappresentati. Non eletti. Non ascoltati.
Una “pace” senza il popolo che quella guerra l’ha subita sulla propria pelle non è pace: è amministrazione dall’alto.
Tutte le grandi democrazie hanno preso le distanze. L’Italia no.
Il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di partecipare come “osservatore”. Una formula che suona come un espediente: non membri, ma presenti. Non dentro formalmente, ma seduti al tavolo. Un modo per aggirare i vincoli dell’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità tra Stati. Qui la parità non esiste: esiste un presidente a vita e Stati paganti con peso variabile.
Ci viene detto che è pragmatismo. Che bisogna esserci. Che bisogna contare.
Ma contare dove? In un organismo che marginalizza le Nazioni Unite e svuota il diritto internazionale? In una struttura dove il potere è personale e non condiviso?
La pace non si compra. Non si privatizza. Non si affida a un consiglio d’amministrazione.
La pace si costruisce con il diritto, con il riconoscimento reciproco, con la rappresentanza reale dei popoli coinvolti.
Entrare — anche solo “da osservatori” — significa legittimare un modello che trasforma la diplomazia in un club esclusivo e la ricostruzione in una partita immobiliare.
Non è neutralità. È una scelta politica.
E quando si parla di diritti, di popoli, di Costituzione, scegliere è sempre prendere parte.
